giovedì 7 novembre 2013

Quel maledetto pacifista del presidente

(Ilaria De Bonis)

Sembra che non ne faccia più una giusta ormai: qualcuno in Occidente lo giudica troppo bellicoso e prossimo alla politica interventista di Bush, qualcun altro in Medio Oriente lo accusa di codardia e falso pacifismo.
In generale Barack Obama è sempre meno popolare sia in Occidente che tra gli arabi e gli israeliani, i quali, per opposte ragioni hanno stigmatizzato la marcia indietro del Presidente rispetto alla ‘crociata’ siriana. 


<<Se gli Stati Uniti sono così indecisi ed esitanti (sulla Siria ndr.) cosa succederà vis à vis con l’Iran?>>. Se lo chiede con preoccupazione Amos Gilbo sul quotidiano israeliano Ma’ariv nell’editoriale titolato ‘I malvagi sorridono’. La stampa ebraica è evidentemente delusa e definisce i ripensamenti di Obama su un attacco armato contro Assad ‘una debolezza pericolosa’ che non lascia presagire nulla di buono per quanto riguarda il nemico israeliano numero uno dopo la Palestina: l’Iran.

<<Non credo serva molta imm
aginazione per figurarsi le facce soddisfatte dei malvagi di Teheran, Damasco o Beirut – scrive Gilbo - Questi personaggi fiutano la debolezza a distanza come fossero cani da caccia e capiscono che anche se l’operazione americana fosse portata avanti, sarebbe simile ad un leggero schiaffetto, e che subito dopo Assad potrebbe tranquillamente riprendere le sue operazioni usando aerei, missili, tank o semplici coltelli da macellaio>>.


Il giornalista Hagay Segal su Yedi’ot Ahronot scrive qualcosa di analogo, azzardando un giudizio storico: <<Barack Obama non riceverà medaglie al valore. Gli storici lo derideranno – dice – Scriveranno che nel 2012 il presidente fissò una red line per i siriani e quando questi la oltrepassarono nel 2013 fece ogni sforzo per sottrarsi al proprio dovere (…). Il linguaggio corporeo del presidente suggerisce determinazione ma la sua azione comunica debolezza>>.


Per la stampa araba dei Paesi anti-Assad, Obama è ugualmente codardo, ma stavolta l’Iran non c’entra: la non-guerra alla Siria, secondo i media sauditi e per quelli degli Emirati Arabi Uniti, è il segno che gli Usa non hanno intenzione di schierarsi con la popolazione civile inerme. E che dunque non difenderanno gli arabi dal terrorismo di Stato. In una lettera aperta al presidente, il noto opinionista di Al- Arabiya, tv di Dubai, scriveva settimane fa: <<Mr Obama, ad esser franchi, noi non abbiamo altri che lei>>. Un attacco militare <<è l’ultima chance>>. Al- Arabiya è considerata l’emittente televisiva più allineata con i sauditi ma in generale un po’ per tutti i giornali arabi la discriminante non è tanto quella famosa ‘linea rossa’ ormai varcata da Assad che avrebbe usato armi chimiche contri i civili (sebbene questa certezza sia oggi tramontata), quanto piuttosto la violenza dimostrata dal presidente nel reprimere la rivoluzione fin dall’inizio. Come dire, la linea rossa è stata oltrepassata giù da tempo, perché nessuno ha fatto niente? Gli Usa sono gli unici cui il mondo arabo si rivolge, non avendo un’Europa di riferimento.

<<Che cosa ha fatto il presidente americano finora? – scrive il quotidiano panarabo Al-Hayat – Nulla!>>. Sotto scacco è la non- azione più che il non intervento armato. Non azione politica, diplomatica, fisica. L’altro motivo di critica nei confronti di Obama è la verosimile dipendenza da Israele: <<il governo israeliano che nelle sue fila annovera anche criminali di guerra, vuole che gli Usa distruggano ciò che rimane della Siria. Ancora più importante – scrive sempre Jihad el-Khazen di Al Hayat – Israele vuole che gli Stati Uniti attacchino l’Iran e distruggano il suo programma nucleare, cosicchè Israele possa essere l’unica potenza nucleare della regione, minacciando Paesi vicini e lontani>>.

Di tutt’altro avviso sono naturalmente russi e cinesi. Fin dall’inizio pro-Assad. Per i primi, sia il famoso discorso di Obama che ha ritardato il voto del Congresso americano, sia il successivo parere negativo del Congresso, sono stati un successo diplomatico. <<Non ricordo un altro simile successo della diplomazia russa. Dico: bravo!>>, twitta così RT, una delle tv di Stato russe.

L’Iran plaude alla marcia indietro: Jomhuri-Ye Eslami, quotidiano iraniano scrive che Obama si è reso conto del fatto che sarebbe stato isolato se avesse attaccato. Non avrebbe avuto alleati. Certamente anche dall’Europa il presidente avrebbe ricevuto poco sostegno e comunque le opinioni pubbliche europee ed americane sono sembrate fin dall’inizio per niente convinte della necessità di questo attacco militare. Il francese Le Figaro scrive: <<Ad esser sinceri, Obama ha cercato di replicare sistematicamente ai dubbi e alle domande degli americani circa la necessità di un’azione militare limitata in Siria…>>. C’è riuscito fino ad un certo punto, poi ha desistito.


In definitiva, che lui fosse convinto o meno di questa guerra, il suo popolo stavolta non sarebbe stato con lui. Bastava guardare la rete, leggere i tweet, farsi un’idea dell’aria che tirava tramite video e news on-line. I social network hanno fin dall’inizio smontato le certezze sull’uso delle armi chimiche da parte del regime. Poi, tra gli eventi più attesi e più efficaci, è giunta la parola del papa. E’ arrivata la veglia per la pace di Francesco. <<Guerra e violenza hanno il linguaggio della morte>>, ha detto il 10 settembre scorso. E i quotidiani europei hanno così trovato i loro titoli di prima pagina. «Quando l’uomo si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio – ha detto papa Francesco - rovina tutto: apre la porta alla violenza, all’indifferenza e al conflitto».

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