(Ilaria De Bonis)
Sembra che non ne faccia più una giusta ormai: qualcuno in Occidente lo giudica troppo bellicoso e prossimo alla politica interventista di Bush, qualcun altro in Medio Oriente lo accusa di codardia e falso pacifismo.
Sembra che non ne faccia più una giusta ormai: qualcuno in Occidente lo giudica troppo bellicoso e prossimo alla politica interventista di Bush, qualcun altro in Medio Oriente lo accusa di codardia e falso pacifismo.
In generale Barack
Obama è sempre meno popolare sia in Occidente che tra gli arabi e gli israeliani,
i quali, per opposte ragioni hanno stigmatizzato la marcia indietro del Presidente
rispetto alla ‘crociata’ siriana.
<<Se gli Stati
Uniti sono così indecisi ed esitanti (sulla Siria ndr.) cosa succederà vis à
vis con l’Iran?>>. Se lo chiede
con preoccupazione Amos Gilbo sul quotidiano israeliano Ma’ariv nell’editoriale
titolato ‘I malvagi sorridono’. La stampa ebraica è evidentemente delusa e
definisce i ripensamenti di Obama su un attacco armato contro Assad ‘una
debolezza pericolosa’ che non lascia presagire nulla di buono per quanto
riguarda il nemico israeliano numero uno dopo la Palestina: l’Iran.
<<Non credo serva
molta imm
aginazione per figurarsi le facce soddisfatte dei malvagi di Teheran,
Damasco o Beirut – scrive Gilbo - Questi personaggi fiutano la debolezza a
distanza come fossero cani da caccia e capiscono che anche se l’operazione
americana fosse portata avanti, sarebbe simile ad un leggero schiaffetto, e che
subito dopo Assad potrebbe tranquillamente riprendere le sue operazioni usando
aerei, missili, tank o semplici
coltelli da macellaio>>.
Il giornalista Hagay
Segal su Yedi’ot Ahronot scrive qualcosa di analogo, azzardando un
giudizio storico: <<Barack Obama non riceverà medaglie al valore. Gli
storici lo derideranno – dice – Scriveranno che nel 2012 il presidente fissò
una red line per i siriani e quando
questi la oltrepassarono nel 2013 fece ogni sforzo per sottrarsi al proprio dovere
(…). Il linguaggio corporeo del presidente suggerisce determinazione ma la sua
azione comunica debolezza>>.
Per la stampa araba dei
Paesi anti-Assad, Obama è ugualmente codardo, ma stavolta l’Iran non c’entra:
la non-guerra alla Siria, secondo i media sauditi e per quelli degli Emirati Arabi
Uniti, è il segno che gli Usa non hanno intenzione di schierarsi con la popolazione
civile inerme. E che dunque non difenderanno gli arabi dal terrorismo di Stato.
In una lettera aperta al presidente, il noto opinionista di Al- Arabiya, tv di Dubai, scriveva
settimane fa: <<Mr Obama, ad
esser franchi, noi non abbiamo altri che lei>>. Un attacco militare
<<è l’ultima chance>>. Al- Arabiya è considerata l’emittente
televisiva più allineata con i sauditi ma in generale un po’ per tutti i
giornali arabi la discriminante non è tanto quella famosa ‘linea rossa’ ormai
varcata da Assad che avrebbe usato armi chimiche contri i civili (sebbene
questa certezza sia oggi tramontata), quanto piuttosto la violenza dimostrata
dal presidente nel reprimere la rivoluzione fin dall’inizio. Come dire, la
linea rossa è stata oltrepassata giù da tempo, perché nessuno ha fatto niente? Gli
Usa sono gli unici cui il mondo arabo si rivolge, non avendo un’Europa di
riferimento.
<<Che cosa ha
fatto il presidente americano finora? – scrive il quotidiano panarabo Al-Hayat
– Nulla!>>. Sotto scacco è la non- azione più che il non intervento
armato. Non azione politica, diplomatica, fisica. L’altro motivo di critica nei
confronti di Obama è la verosimile dipendenza da Israele: <<il governo
israeliano che nelle sue fila annovera anche criminali di guerra, vuole che gli
Usa distruggano ciò che rimane della Siria. Ancora più importante – scrive
sempre Jihad el-Khazen di Al Hayat –
Israele vuole che gli Stati Uniti attacchino l’Iran e distruggano il suo
programma nucleare, cosicchè Israele possa essere l’unica potenza nucleare
della regione, minacciando Paesi vicini e lontani>>.
Di tutt’altro avviso
sono naturalmente russi e cinesi. Fin dall’inizio pro-Assad. Per i primi, sia
il famoso discorso di Obama che ha ritardato il voto del Congresso americano,
sia il successivo parere negativo del Congresso, sono stati un successo
diplomatico. <<Non ricordo un altro simile successo della diplomazia
russa. Dico: bravo!>>, twitta così RT, una delle tv di Stato russe.
L’Iran plaude alla
marcia indietro: Jomhuri-Ye Eslami, quotidiano iraniano scrive che Obama si è
reso conto del fatto che sarebbe stato isolato se avesse attaccato. Non avrebbe
avuto alleati. Certamente anche dall’Europa il presidente avrebbe ricevuto poco
sostegno e comunque le opinioni pubbliche europee ed americane sono sembrate
fin dall’inizio per niente convinte della necessità di questo attacco militare.
Il francese Le Figaro scrive: <<Ad esser sinceri, Obama ha cercato di
replicare sistematicamente ai dubbi e alle domande degli americani circa la
necessità di un’azione militare limitata in Siria…>>. C’è riuscito fino
ad un certo punto, poi ha desistito.
In definitiva, che lui
fosse convinto o meno di questa guerra, il suo popolo stavolta non sarebbe
stato con lui. Bastava guardare la rete, leggere i tweet, farsi un’idea dell’aria che tirava tramite video e news on-line. I social network hanno fin dall’inizio smontato le certezze sull’uso
delle armi chimiche da parte del regime. Poi, tra gli eventi più attesi e più
efficaci, è giunta la parola del papa. E’ arrivata la veglia per la pace di
Francesco. <<Guerra e violenza hanno il linguaggio della morte>>,
ha detto il 10 settembre scorso. E i quotidiani europei hanno così trovato i
loro titoli di prima pagina. «Quando l’uomo si lascia affascinare dagli idoli del
dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio – ha detto papa Francesco
- rovina tutto: apre la porta alla violenza, all’indifferenza e al conflitto».
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