Triste Rosh Chodesh
La poliziotta che l’“accompagna” all’esterno del Monte del Tempio, l’area sacra per eccellenza, seguita a vista da telecamere e fotografi, evita di ammanettarla, quasi le accarezza un braccio mentre la tiene ferma. La ragazza è figlia della rabbina Susan Silverman, che stavolta festeggerà anche lei, suo malgrado, il Rosh Chodesh dietro le sbarre del carcere di Gerusalemme. Hallel sui giornali appare sicura di sè.
Madre e figlia, entrambe attiviste di The Women of The Wall hanno “osato” sfidare le regole del Muro imposte dall’ortodossia ebraica. Hanno pregato assieme ad altre decine di religiosissime donne ebraiche, esattamente come fanno gli uomini: indossando particolari paramenti sacri, leggendo ad alta voce la Torah (il libro sacro ebraico), cantando e srotolando le pergamene dei tefillin. E sono state per questo arrestate come avviene ogni volta che le donne si impossessano del rituale religioso maschile. Stavolta, però, è successo un putiferio, tanto che è al vaglio della Corte Suprema israeliana un compromesso “legale”.
Madre e figlia, entrambe attiviste di The Women of The Wall hanno “osato” sfidare le regole del Muro imposte dall’ortodossia ebraica. Hanno pregato assieme ad altre decine di religiosissime donne ebraiche, esattamente come fanno gli uomini: indossando particolari paramenti sacri, leggendo ad alta voce la Torah (il libro sacro ebraico), cantando e srotolando le pergamene dei tefillin. E sono state per questo arrestate come avviene ogni volta che le donne si impossessano del rituale religioso maschile. Stavolta, però, è successo un putiferio, tanto che è al vaglio della Corte Suprema israeliana un compromesso “legale”.
Le Donne del Muro nascono in Israele 25 anni fa grazie ad Anat Hoffman che è attualmente una delle attiviste di punta del movimento. Ogni primo del mese (giorno di Rosh Chodesh) si ritrovano assieme percorrendo il dedalo di stradine della Città Vecchia. Entrano da una delle maestose porte antiche e a passo spedito raggiungono l’immacolato piazzale antistante il Muro del Pianto, indossando il talled (lo scialle sacro), la keppah e custodendo i rotoli del libro sacro. Fanno per questo imbestialire i rabbini sefarditi.
Preso posto nella porzione di Muro a loro riservata, le Women iniziano a pregare. Gli haredim spesso le insultano. Lanciano invettive. Qualcuno le strattona. Loro proseguono imperterrite, si danno la mano formando una catena. Finché non arrivano i poliziotti a portarle via. La scena si ripete ogni mese, più o meno teatralmente, da oltre 24 anni. Ad aprile di quest’anno, però, gli arresti hanno fatto il giro del web e del mondo. Anche grazie ai tweet di Sarah Silverman, nota attrice comica israeliana, sorella di Susan e zia di Hallel: Così orgogliosa di mia sorella e di mia nipote per il loro atto di disobbedienza civile>>, ha twittato Sarah.
Preso posto nella porzione di Muro a loro riservata, le Women iniziano a pregare. Gli haredim spesso le insultano. Lanciano invettive. Qualcuno le strattona. Loro proseguono imperterrite, si danno la mano formando una catena. Finché non arrivano i poliziotti a portarle via. La scena si ripete ogni mese, più o meno teatralmente, da oltre 24 anni. Ad aprile di quest’anno, però, gli arresti hanno fatto il giro del web e del mondo. Anche grazie ai tweet di Sarah Silverman, nota attrice comica israeliana, sorella di Susan e zia di Hallel: Così orgogliosa di mia sorella e di mia nipote per il loro atto di disobbedienza civile>>, ha twittato Sarah.
L'adesione delle ortodosse
Queste retate spettacolari iniziano ad irritare profondamente tanto gli ebrei americani quanto i cittadini israeliani. Le Donne del Muro hanno centinaia di sostenitori ma la novità è che ora anche le ebree ortodosse si uniscono alle “progressiste” di Women of the Wall.
Haaretz, il quotidiano della sinistra israeliana, scrive: <<Molti israeliani si stupiranno di sapere che due degli otto membri del board di Women of the Wall sono in effetti donne ortodosse, una delle quali ha assunto questa posizione appena una settimana fa e sono in corso negoziazioni per farne entrare nel comitato altre due>>.
Se così fosse si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione interna che preoccupa lo Stato d’Israele perché allarga sempre di più il divario tra l’obsoleto mondo religioso ultra-ortodosso - fatto di regole penalizzanti per le donne, per i non ebrei, per gli arabi, per gli ebrei “riformati” – e quello più aperto e moderno dell’ebraismo legato alla Riforma americana. Tanto che la Corte Suprema ha dovuto aprire uno spiraglio ipotizzando una terza area di preghiera mista (uomini e donne assieme), dove sia possibile pregare tutti allo stesso modo. Si tratta del compromesso Sharansky (dal nome del procuratore che l’ha proposto) – sollecitato dal premier Nethanyau che vorrebbe chiudere una volta per tutte una disputa estremamente pericolosa per la tenuta del frammentato Stato ebraico.
La “Riforma” rinnova Israele
<<Noi cerchiamo di scalzare l’idea che debba per forza esistere un monopolio ortodosso in materia religiosa>> ci spiega la rabbina Namaah Kelman, 55 anni, americana, tre figli, femminista, oggi preside dell’Hebrew Union College di Gerusalemme ed esponente di punta della corrente della Riforma ebraica. In effetti nel 1948, quando nacque lo Stato d’Israele, i padri fondatori concessero al rabbinato ortodosso il controllo su molte delle questioni sociali e famigliari cruciali in Israele. Ma oggi questo monopolio andrebbe rivisto, come chiedono a gran voce i cittadini israeliani.
<<L’unico modo che abbiamo per far sentire la nostra voce è rivolgerci alla Corte Suprema, non alla Knesset (il Parlamento ebraico, ndr)>>, racconta la rabbina che è stata la prima donna ordinata rabbino a Gerusalemme nel lontano 1992. Lei sente di avere una missione, come tutti gli ebrei israeliani che aderiscono al movimento della Riforma: quella di diffondere un ebraismo nuovo, al passo con i tempi e in grado di mettere la donna al centro di una visione.
D’altro canto l’ultima cosa di cui Israele ha bisogno, soprattutto in questa delicata fase storica, è il calo dei consenso da parte degli Stati Uniti e in generale della diaspora ebraica nel mondo occidentale.
<<La nostra è una questione molto semplice – insistono le Donne del Muro lanciando in rete un tweet -. Chiediamo il pieno diritto delle donne a pregare liberamente al Kotel secondo il nostro credo>>.
Le rigide regole dei rabbini sefarditi vorrebbero ancora imporsi (come in passato) su un ebraismo “riformato” e moderno, su quello più progressista e sul grande universo dei laici. La sfida è aperta, anche se i numeri sono a favore degli ultraortodossi che “crescono” sempre di più grazie all’altissimo tasso di natalità. E’ comunque in corso una lotta tra un mondo ostile ai cambiamenti che fa a pugni con la pretesa democraticità dello Stato ebraico, e una legittima sete di modernità che pare inarrestabile. (Ilaria De Bonis)




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