Le palme e l’azzurro cristallino delle acque di Zanzibar non bastano a farne un paradiso. Da troppo tempo nell’isola indipendentista della Tanzania si registrano omicidi mirati: sacerdoti uccisi, cristiani minacciati, incendi di chiese.
Violenze inaudite rivendicate sostanzialmente dal gruppo fondamentalista islamico Uamsho, che in lingua swahili sta per “risveglio”. Dopo l’ultima drammatica esecuzione, quella di padre Evarist Mushi, lo scorso 18 febbraio, ucciso sulla soglia della chiesa di Betras, la stampa africana si è interrogata sui motivi storici, e anche sociali, che hanno
polarizzato il Paese, spaccandolo in due, lungo una faglia che appare esclusivamente religiosa. Nonostante cristiani e musulmani non si siano mai odiati.Ecco un parere dell’editorialista tanzanese del Daily News locale, Tony Zakaria: «Perché un ristretto gruppo di estremisti sta causando tanti problemi al resto della popolazione in questi ultimi anni? – ci scrive in una mail -. La sensazione è che la maggior parte dei musulmani non ha nulla contro i cristiani e i cattolici in particolare».
Zanzibar è un arcipelago della Tanzania dove oltre il 95% della popolazione appartiene all’islam e dove i cristiani sono vera minoranza, a differenza del resto della Tanzania. Accade che questi estremisti populisti (Uamsho nasce nel 2001) tengano in pugno i moderati, manipolando il popolo tramite lo strumento della paura, come spiega Zakaria.
«Come potrebbero i cristiani dominare se anche lo volessero? Il mio timore è che se la violenza cresce, il seme dell’odio germoglierà anche da parte dei cristiani».
Perché il paese sia così connotato in senso religioso, tanto da polarizzarne la politica, lo spiega molto bene il ricercatore universitario tanzanese Ernest Boniface Makulilo, che in un suo lavoro intitolato Religion tensions in Tanzania: Christians versus Muslims, pubblicato per intero dal social network Academia.edu scrive: <<L’assenza di politiche etniche ha lasciato spazio a politiche religiose. La gente vive insieme e in armonia nei villaggi. Il problema è che lo sradicamento delle politiche etniche nella vita socio-economica ha lasciato un vuoto. The vacuum was not filled>>.
Perché il paese sia così connotato in senso religioso, tanto da polarizzarne la politica, lo spiega molto bene il ricercatore universitario tanzanese Ernest Boniface Makulilo, che in un suo lavoro intitolato Religion tensions in Tanzania: Christians versus Muslims, pubblicato per intero dal social network Academia.edu scrive: <<L’assenza di politiche etniche ha lasciato spazio a politiche religiose. La gente vive insieme e in armonia nei villaggi. Il problema è che lo sradicamento delle politiche etniche nella vita socio-economica ha lasciato un vuoto. The vacuum was not filled>>.
Ossia, il vuoto non è stato riempito. In seguito è stato rimpiazzato con <<l’affiliazione religiosa>> e qui sono sorte le prime tensioni.
Makulilo compie un’operazione interessante: va a ripescare episodi di violenza contro i musulmani, tornando indietro nel tempo. Ci mostra un dato che la stampa occidentale ignora. Fino agli anni Novanta la Tanzania è stata in grado di gestire molto bene le diversità religiose, senza tensioni e conflitti. Cos’è successo dopo?
Il 13 febbraio 1998 un episodio molto cruento segna la svolta in peggio: è noto come Mwembechai killings. In seguito a disordini che si erano registrati alcuni giorni prima, e alla denuncia fatta da un sacerdote cattolico a Dar es Salaam, la polizia tanzanese, il 13 febbraio di quell’anno, interviene in una moschea, col sospetto che si siano rifugiati al suo interno “ruffians and criminals”, ‘mascalzoni e criminali’.
Arresta donne anziane, crea il panico. La gente reagisce, la polizia spara lacrimogeni e poi proiettili sulla folla, uccidendo quattro persone. Questo eccidio è uno spartiacque: da qui in poi le tensioni crescono e vengono interpretate sempre più come un divario tra cristiani e musulmani.
Arresta donne anziane, crea il panico. La gente reagisce, la polizia spara lacrimogeni e poi proiettili sulla folla, uccidendo quattro persone. Questo eccidio è uno spartiacque: da qui in poi le tensioni crescono e vengono interpretate sempre più come un divario tra cristiani e musulmani.
La stampa africana oggi scrive che la politica è appiattita sulla religione: i due principali partiti politici sono uno cristiano (Chama Cha Mapinduzi, CCM) e l’altro islamico (Civic United Front, CUF).
L’Independent fa una considerazione sul reclutamento di persone da parte degli estremisti: <<E’ facile reclutare gente a Zanzibar a causa della povertà» dice Hothma Masoud, procuratore generale dell’isola. <<Ci sono elementi dell’islam radicale qui, ma precedentemente trovavano difficile ottenere un sostegno corposo>>.
Anche il portale internazionale Internationl Business Times insiste sull’argomento della povertà: la discordia a Zanzibar è esacerbata dalla sua dipendenza dal turismo. <<Zanzibar, famosa per il suo mix di culture arabe e africane, è una meta turistica di prim’ordine per gli occidentali. Hotel di lusso e bar trendy si trovano a poche miglia da scenari di povertà endemica e questa stridente contrapposizione ha aiutato a potenziare il sentimento estremista>>.
Anche il portale internazionale Internationl Business Times insiste sull’argomento della povertà: la discordia a Zanzibar è esacerbata dalla sua dipendenza dal turismo. <<Zanzibar, famosa per il suo mix di culture arabe e africane, è una meta turistica di prim’ordine per gli occidentali. Hotel di lusso e bar trendy si trovano a poche miglia da scenari di povertà endemica e questa stridente contrapposizione ha aiutato a potenziare il sentimento estremista>>.
E ancora: <<Al di fuori delle stradine pittoresche di Stone Town, lontano dalle sdraio e dagli ombrelloni degli hotel vista mare, oltre un terzo della popolazione vive in estrema povertà. L’ampio sottoproletariato dei villaggi rurali o quello che condivide appartamenti nei casermoni di epoca sovietica, affronta problemi che di certo non compaiono nelle brochure turistiche>>. (Ilaria De Bonis)
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