giovedì 13 settembre 2012

L'ALTRA EDICOLA- Primavere soft e rivoluzioni

(Ilaria De Bonis, da Popoli e Missione di settembre 2012)



Il 23 luglio scorso migliaia di giovani marocchini si sono dati appuntamento in piazza, a Rabat, per  denunciare la corruzione del nuovo governo di Abdelilah Benkiran. A distanza di un anno e mezzo dalla prima grande manifestazione il movimento di protesta 20 Febbraio non s’arrende. Sebbene quasi ignorato dai grandi quotidiani occidentali.

Afrik, sito di news con sede in Francia, titolava nel luglio scorso: Maroc: manifestation massive des jeunes. Di questa corposa protesta che traccia rimane sui giornali europei, occupati a tempo pieno con la crisi dell’euro? La silenziosa e costante rivolta marocchina è in effetti tra quelle che l’Occidente non considera Primavere. Sottovalutate sono anche quelle giordana e sudanese, in realtà estremamente significative. I segnali di novità provenienti dai Paesi più defilati dell’Africa appaiono invece monitorati, oltre che da quotidiani tradizionalmente attenti alle lotte sociali come Le Monde (“La corruzione regna sovrana in Marocco” titolava il 25 giugno scorso), da alcune nicchie di informazione on line che dedicano loro ampio spazio.
E’ il caso di Cafebabel, rivista on line paneuropea: <<Le rivendicazioni avanzate dai manifestanti marocchini s’inseriscono nel filone della Primavera araba – democrazia, libertà, giustizia sociale – ma non prevedono l’esilio del re>>. Per questo a noi appaiono meno efficaci o forse solo meno pericolose. <<Diversi sono quelli che in Marocco dicono che il re deve cedere parte del suo potere, senza per questo rivendicare la sua abdicazione>>, ancora Cafebabel. A Rabat, nel luglio scorso, <<i dimostranti urlavano slogan denunciando il primo ministro Benkirane e il suo partito, l’islamico Giustizia e Sviluppo, per non avere fatto abbastanza contro la corruzione e l’aumento del costo della vita>> racconta Afrik.
Nel Marocco di re Mohammed VI la stampa araba non allineata e i blog non smettono di contestare le blande riforme della monarchia. Quella costituzionale promessa dal re non è sufficiente o, quantomeno, va tenuta sotto controllo, dicono. La libertà d’espressione, ad esempio, è ancora scarsa in Marocco.

Emarrakech (sito maghrebino in lingua francese) racconta la storia di un 22enne arrestato per aver pubblicato su Facebook caricature del profeta Maometto con sembianze animalesche. Altro caso più noto è quello del giornalista e vignettista Khalid Gueddar, arrestato per aver <<più volte disegnato caricature dei membri della famiglia reale e dello stesso Mohammed VI suscitando il duro risentimento del Palazzo>>, scrive il blog Rumoridalmediterraneo.

Già condannato a tre anni di carcere per le sue vignette nel 2010, Gueddar rischia di veder revocata la libertà condizionale.
Non va certo meglio in Giordania, considerata dall’Europa tra le monarchie più progredite forse per via dell’occidentalissima regina Rania. Poco prima che scoppiassero le Primavere arabe, Rania era acclamata dai mensili femminili più quotati. Vanity Fair le aveva fatto spazio nell’olimpo delle vip fashion. Glamour l’aveva eletta donna dell’anno 2010 e Forbes la piazzava tra le più potenti. Finché il giornale on line Slate la mise tra le Marie Antoniette del Medio Oriente, assieme ad Asma al-Assad di Siria (alla quale Vogue aveva dedicato un profilo esaltante solo poco tempo prima). Cecilia Attias dalle colonne dell’Huffington Post scrive alla first lady siriana: <<Signora al-Assad, per conto dei suoi figli e del diritto che tutti hanno d’essere ascoltati, lei deve parlare, lei deve prendere posizione!>>.

Ma le first lady d’Oriente sembrano mute. Perfino quelle i cui regimi sono meno compromessi di quello siriano. Di Rania è stato scritto: <<Rania Abdallah, alla nascita Rania Al Yassin, incarna tutte le contraddizioni del Paese del quale è regina. E altre ancora: all’estero è molto popolare e la si considera una delle donne più influenti al mondo, ma certamente non in Giordania>>. In effetti il malcontento giordano non è stato mai percepito come tale in Europa o è stato còlto molto poco.

Eppure lì la protesta prosegue. Nel suo Jordan: spring or not to spring? il sito di Al Jazeera scrive che il movimento di rivolta possiede caratteristiche che altri non hanno: <<La dissidenza è decentralizzata per sfuggire al controllo politico di Amman; le tribù ingaggiano una lotta a favore delle riforme; il re e la regina hanno smesso di essere inviolabili>>. Più interessante ancora (le rivolte arrivano fin nel cuore dell’Africa) è il caso del Sudan, dove i giovani si stanno ribellando alle misure di austerità di Bashir: partita dal campo femminile dell’Università di Khartoum il 16 giugno scorso, la rivolta si è diffusa in seguito all’aumento del prezzo dei carburanti. Il regime risponde con ondate di arresti e con l’uso della forza. The Egyptian Gazette precisa che <<il governo di Khartoum insiste nel proseguire con i suoi piani di austerità nonostante l’opposizione pubblica. Il ministro delle finanze ha fatto sapere che non taglierà le accise sui carburanti>>.

Qualcuno da noi si domanda se non sia il caso di chiamare Primavere (nel senso di rinascite) queste ribellioni riformiste, più che le rivoluzioni risolte in una violenta deposizione del dittatore. D’altra parte non è detto che la metafora delle stagioni sia riuscitissima. Hivos, no profit olandese, ha redatto un report dal titolo This is not a spring, this is a revolution, a proposito di Egitto, Tunisia e Libia. <<La nozione di Primavera è superficiale ed indica un fenomeno passivo. Si tratta di un concetto fuorviante che si riferisce ad un breve momento di transizione che rapidamente cede il passo ad una stagione successiva>>.

A proposito delle rivolte, la cui portata non era stata né còlta nell’immediato né tantomeno anticipata dall’Occidente, OsservatorioIraq scrive: <<Ci sono due ragioni concatenate per cui l’Occidente non è stato in grado di prevedere quello che poi si è manifestato: si è sopravvalutato lo Stato arabo e la sua capacità di riconfigurare le dinamiche stato-società in suo favore, e si è sottovalutata la società civile e la sua capacità di confrontarsi con la cultura della paura tipica di ogni regime.

Oltretutto si sono trascurati anche gli elementi più importanti: la sempre maggior istruzione della popolazione e la nuova consapevolezza politica degli arabi>>.
Oggi, a distanza di mesi e mesi dal cambio dei regimi e subito dopo le elezioni democratiche che si sono tenute un po’ in tutti i Paesi che hanno abbattuto le dittature, l’Occidente, anziché enfatizzare il fattore di novità e di grande trasformazione che la competizione elettorale contiene in sé (organizzazione dei partiti, campagne elettorali, partecipazione popolare, voto, dibattiti, libertà d’espressione), compie un altro errore di valutazione. Negativizza la portata dei risultati elettorali vedendo nella vittoria dei partiti islamici il fallimento della spinta rivoluzionaria dei popoli arabi. Ancora una volta si interpreta la Storia con categorie eurocentriche. La rivoluzione, checchè ne dicano gli analisti politici occidentali, secondo i media arabi non ha affatto ceduto il passo all’inverno della restaurazione islamica: <<sta semplicemente rodando se stessa>>.

sabato 1 settembre 2012

Angola: tra diamanti e discariche

(di Ilaria De Bonis)

I seggi si sono aperti ieri alle 7.00 del mattino, ora locale. Ma non c’era grande ressa alle urne: l’Angola di Dos Santos vota in questi giorni per eleggere il nuovo Parlamento e indirettamente il suo nuovo Presidente. Con pochi margini di dubbio il nuovo capo di Stato sarà quello attuale, in carica da 33 anni: Josè Eduardo Dos Santos. Presidente del Paese dei diamanti e del petrolio uscito nel 2002 da una guerra civile trentennale,  è il leader dell’Mpla (Movimento per la Liberazione dell’Angola).
Rivale storico dell'’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (Unita), se  vincerà questa scommessa elettorale (basterà che il suo partito raggiunga il maggior numero di seggi in Parlamento perché lui venga automaticamente rieletto) Dos Santos ‘regnerà’ per cinque anni ancora.  
L’Unita ha denunciato irregolarità nella composizione delle liste e nelle candidature, ma a determinare l’elezione del parlamento, suggeriscono fonti dell’agenzia Misna, rischiano di essere soprattutto il monopolio del governo su radio e tv e l’uso improprio delle risorse finanziarie garantite dai giacimenti petroliferi più ricchi dell’Africa australe. <<L’Mpla vincerà ancora, anche se è possibile non raggiunga l’81% del 2008>>, ha riferito padre Beniamino Zanni, missionario della congregazione di Don Calabria che vive a Huambo. In Angola le contraddizioni sono tante e tutte fanno capo al paradosso economico: il paese tra i più ricchi dell’Africa australe, con un Pil in crescita vertiginosa (circa l’8% l’anno) ed inesauribili giacimenti di petrolio e diamanti rivenduti sulle piazze di Anversa, è anche quello che presenta tra i più bassi Indici di Sviluppo Umano. (era al 148esimo posto su 187 nel 2010).

Mentre al centro della capitale Luanda i grattacieli svettano sul lungomare de o pensador, nelle periferie, come quella di Lixeira, distretto di Sambizanga, ancora si vive con meno di due dollari al giorno e 300mila persone dormono dentro baracche di fango e lamiera.  Ai margini del mercato Roque Santeiro riciclano immondizia. Muoiono in media di malaria a 52 anni.  Ogni donna ha cinque figli e ogni figlio rischia di non arrivare a cinque anni di vita. Al centro della città però nasce 'Comandante Gika': 345 mq di negozi, uffici, centri commerciali, parcheggi e torri-grattacielo. A riferire del progetto era stato circa un anno e mezzo fa, il gruppo italiano Kerakoll, di Sassuolo. Produttore mondiale di materiali ecocompatibili, che partecipa al <<più importante progetto immobiliare>> dell'Africa Sub-Sahariana, così recitava il comunicato. 

 
Come hanno sottolineato oggi i vescovi in un messaggio diffuso alle vigilia del voto, i problemi fondamentali rimangono la povertà e le ingiustizie sociali: i petroldollari hanno finanziato la ricostruzione del lungomare di Luanda, una meraviglia di aree pedonali, parchi giochi e campi sportivi inaugurata da Dos Santos giusto in tempo per le elezioni. Il business cinese campeggia nella capitale, ma in periferia, dove i riflettori non arrivano, si continua a morire.